«L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi». Così la ninfa Dafne, per liberarsi dell’amore indesiderato di Apollo, si trasforma in un albero di alloro; così Atteone, colpevole di aver osato guardare le nudità di Diana, da uomo muta in cervo, ma mantiene la mente d’un tempo, allo stesso modo in cui Dafne-alloro continua a sottrarsi ai baci della divinità.
Nelle Metamorfosi di Ovidio la forma è qualcosa che conserva la sua identità nel tempo, pur cambiando l’aspetto corporeo.
Avete mai pensato che la stessa sorte può capitare anche a edifici o luoghi che incontriamo quotidianamente nel nostro paesaggio?

Questa missione geografica è stata creata ad hoc dall’autrice per il Touring Club Italiano
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A Padova, l’ex foro Boario in Prato della Valle è stato oggetto di una metamorfosi, come il Teatro Italia a Venezia. Interventi molto discussi che tuttavia permettono a quei luoghi di continuare a vivere nella contemporaneità mantenendo però il ricordo di ciò che sono stati
Beh secondo me potrebbe essere vero
Ho scelto la metamorfosi urbana perchè ho pensato ad una lezione creata su delle foto con i prima e i dopo e fare riconoscere i cambiamenti ai ragazzi. Dunque distinguere se si tratta di una metamorfosi ecologiche, sociali, abitative, culturali o della mobilità. In particolare, riferito alla mia città (Bologna) noto cambiamenti nell’arredo della città secondo il DASPO urbano come ad esempio le panchine sono state sostituite da panchine con una sbarra in mezzo per evitare che i cosiddetti homeless, spesso considerati umanità in eccesso, possano sdraiarsi. Oppure ad esempio i muretti all’esterno delle banche, sono cosparsi da spuncioni ostili sempre per dare un’idea di decoro e di immagine e mettere ai margini un tipo di uomo. In questo tipo di spazi si sospende la legge, sono veri e propri spazi di eccezione. Per decostruire l’idea di marginalità partirei dal ribadire che secondo il sistema tolemaico, l’uomo ormai non è più al centro dell’universo, ma siamo tutti ai margini, in periferia. Allora mi chiedo perché ci debbano essere ancora uomini di categoria A che si pongono al centro. Ma soprattutto l’indifferenza, con cui, pur di rendere a noi estranea e straniera ogni possibile situazione scomoda, preferiamo accettare come normale qualcosa che in realtà si chiama soltanto “effetto spettatore”, secondo cui ci si aspetta che sicuramente ci sarà qualcuno che farà qualcosa per questa “povera gente” e quindi noi inteso come super-io, possiamo sentirci esonerati e semplicemente non guardare, perché in fondo se non guardiamo, pensiamo sempre che non esista